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Conosco ogni centimetro
della mia cella,
ogni crepa sui muri,
ogni dettaglio del pavimento.
D'altronde,
osservare,
attendere,
è ciò che mi resta.
La noia
uccide più della morte.
La morte...
già,
io ne so qualcosa.
O meglio,
ne sanno più le mie vittime
e anche i loro parenti.
Mi ricordo i loro occhi su di me
al processo:
un misto
di lacrime e odio.
Quando fu emessa
la condanna:
pena capitale.
Me lo aspettavo.
Ed è giusto così.
Ho sbagliato.
Non dovevo farmi prendere.
Sono qua da anni.
E attendo.
Sempre.
Ho sempre odiato farlo,
anche da bambino,
quando dovevo
entrare a scuola.
A volte,
durante il giorno,
parlo
con le voci di chi vive
nelle celle accanto.
Voci senza volto.
Eppure
conosco i colpi di tosse
di ognuno,
i loro silenzi.
Qualcuno
ancora piange.
Smetterà anche lui.
Tutto, semplicemente,
smette.
Siamo come cibo,
lasciati a marcire
in dispensa.
E oggi
ho letto la mia data di scadenza.
Sette ottobre.
Che data anonima
per morire.
Così tanto anonima
che forse
potrei pure scordarla.
Quindi domani
sarà il mio ultimo
9 ottobre.
Poi il 10.
L'ultimo
di ogni cosa.
Ora dormo.
Domani
363.